CURAggio! IL SORRISO SULLE LABBRA

CURAggio! IL SORRISO SULLE LABBRA

01/05/2021

News

 

 


scritto da Stefania Arosio

 

 

per la rubrica "CURAggio, storie di ordinario caregiving"

curata da Cristina Cortesi

Domenica, ore 12.00.

Drin drin... suona il telefono.

Lui trilla, tu rispondi.

Riflesso incondizionato :

"Non ce la faccio più. Tuo fratello sta dando di matto e non riesco più a fermarlo".

Il sangue è on the rocks. Globuli bianchi come cubetti in un long drink.

Direi un Bloody Mary.

 "Ok mamma, cosa vuoi che faccia ? Vengo lì?".

Sicura e carica di paura, le due condizioni contrastano, ma la reggono in piedi, quindi va tutto bene.

Va tutto così.

 "Chiama l'ambulanza".

Detto.

Fatto.

Siamo al pronto soccorso.

In fondo era sempre stato bene, qualche scatto di rabbia, ma mai violenza.

Il lockdown ha segnato. La sua maniacale routine intaccata. Gli sfoghi verso la mamma si sono fatti più frequenti.

Scorrono tre ore e con loro scorrono i liquidi contenuti in 3 flebo. Si è tranquillizzato.

Ci rimandano a casa, perché posti in psichiatria non ci sono. E poi era la nostra prima volta.

Già, in 23 anni mai andati prima al PS. E quindi non essendo un affezionato avventore non ti trattengono.

Rassegniamoci, non saremo graditi ospiti della struttura sanitaria.

Niente pollo lesso senza pelle, purea di patate e mela cotta.

Speriamo di non dover assaggiare il pregiato menu.

Speriamo non abbia altre crisi e che la mamma non ci debba rimettere in salute, fisica e mentale.

La speranza è l'ultima a morire, ma prende di certo un bello scossone.

Il giorno dopo rieccoci in PS.

Questa volta per un ricovero in psichiatria.

Parlano di un ricovero di almeno 15 giorni.

Chissà quante volte mangerà il pollo lesso?

Affronto tutto questo insieme a mio fratello.

Ha le lacrime agli occhi e dice "Ma cosa gli stiamo facendo? Ma ti rendi conto?".

Sì, credo che la cosa essenziale sarà trafugare buon cibo ad insaputa del personale sanitario.

Mi trattengo dal dire alcun chè.

In fondo è l'unica soluzione ora.

Il catering? No, il ricovero.

Lo lasciamo lì. Stanchi dalla giornata, passiamo  dalla mamma per confortarla.

Ma è lei che rilancia: "Dai speriamo che almeno anche questo serva".

Sì, che serva. Che sia utile, che funzioni, che giri.

 

Ecco qui la mia storia di ordinaria convivenza con l'autismo, una storia in cui ritrovo ogni giorno una certa serenità fatta di accettazione e rispetto per questo disagio. Andare avanti trascinando infelicità o andare avanti cercando serenità? Qualcosa tutti i giorni mi dice che l'opzione 2 è piuttosto precaria, ma almeno mi fa sentire viva.

Passano i giorni sapendo che mio fratello minore è in ospedale, che la mamma si sta riposando, che il maggiore si rattrista pensando a piccolo.

Capisco come la mia famiglia segni ogni giorno la mia identità.

Sono fatta di leggerezza, responsabilità e tanta voglia di vivere con il sorriso sulle labbra.

 

Pollo sì, ma con patate fritte, salsa e una bevanda ghiacciata.

Tornare a sorridere è la risposta. 

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Scrive Cristina: Se sperare è affidarsi ad una forza interiore che plasma la realtà, sorridere è fidarsi di poter ricaricare la forza e portarla al mondo.

Madre e figlia spostano la pietra del dolore con leve potenti.

Lo sguardo di Stefania determina il curaggio di affrontare soluzioni, che talvolta paiono peggiori del male stesso, ma che conducono a far fronte, in questo caso anche comune, alle degenerazioni fino a portarle a rigenerazioni.  

Lo sguardo dialettico del caregiver è affamato di cura per poterla rielaborare e offrire a colui che viene curato. Fame di stabilità, di continuità, di ri-soluzioni che si susseguano fino a creare una circolarità in cui tutto è compreso (nel suo doppio senso di incluso e di capito). Fame di sapore e di vitalità.

Affamato sì, quindi creativo e lungimirante.

Non rinuncia al gusto. Questo li salva.

Grazie Stefania per il tuo CURAggio e il tuo contributo contributo alla resilienza collettiva. 

 

Siamo tutti caregiver.  

 

 

 

 

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