La cura tra le righe [23] Intervista a Rosella Quattrocchi

La cura tra le righe [23] Intervista a Rosella Quattrocchi

20/05/2019

Rubrica

 

Rossella Quattrocchi, assistente sociale e scrittrice, mette LA CURA TRA LE RIGHE del suo romanzo "Il cacciatore di orchi"

pubblicato a febbraio 2019, ed Il Ciliegio.

Un incontro speciale, un'intervista autentica, che mette addosso

la voglia di leggere e di aiutare Chiara a cacciare gli orchi. Chiara? Ma chi è Chiara?

  • Il tuo lavoro è entrato nelle pagine del romanzo, come è avvenuto questo passaggio? Che cosa ti ha spinto in questa direzione?

Mi sono approcciata agli studi universitari prima e alla professione poi con passione e interesse, con il desiderio di lavorare con e per persone che vivono una condizione temporanea o duratura di difficoltà. Quando ho iniziato a lavorare mi sono resa conto che la mia concezione dell'assistente sociale come professionista dell'aiuto non era condivisa né compresa dalla maggior parte di persone con cui venivo in contatto. E' stato per me fonte di disagio e dispiacere il vedere come le persone che avrei voluto aiutare avessero paura di rivolgersi a me. Ho quindi iniziato a interrogarmi sulle ragioni di tanta diffidenza e timore, arrivando a comprendere come i media nel corso degli anni abbiano contribuito a creare un'immagine distorta e errata dell'assistente sociale. E questo è avvenuto sia con i tanti silenzi (è una figura professionale di cui non si parla, non si racconta, non si scrive), sia con le tante mal-rappresentazioni (si parla, male, dell'assistente sociale solo quando qualche episodio di cronaca attira l'attenzione).

Il passo successivo è stato notare che l'opinione pubblica è fortemente influenzata da ciò che vede in tv e di come ci siano lunghe serie tv che ruotano interamente intorno a filoni professionali (poliziotti, carabinieri, medici, suore, avvocati, fino ad arrivare alle casalinghe disperate) ma mai si è vista una serie tv sugli assistenti sociali. Ho quindi cercato di sollecitare in tal senso produttori e sceneggiatori, ma senza successo, fino a quando uno sceneggiatore non mi ha proposto di smettere di cercare ma di scrivere io stessa un soggetto di serie sugli assistenti sociali. Seguendo i suoi consigli e le sue indicazioni ho quindi scritto una prima puntata pilota e un soggetto di serie, che, dopo lunga ricerca di un produttore, è stato fermato con un'opzione di un anno da un'importante casa di produzione. Purtroppo in quell'anno il produttore ha avuto alcuni problemi al suo interno e il progetto si è arenato, ma da quelle ceneri è nato il romanzo, perché ormai le storie che volevo raccontare premevano con tale forza che non riuscivo a non scrivere!

E' quindi nato così "Il cacciatore di orchi" che, come dici giustamente tu, ha fatto entrare il mio lavoro nelle sue pagine, un romanzo che prende spunto proprio dalle tante storie che incontro ogni giorno e che vuole mostrare l'assistente sociale e il lavoro sociale dal suo interno, da chi lo vive e lo incarna.

 

  • La tua professione espone direttamente a stress molto forti, è ad alto rischio di burn out. Quali sono le tue strategie per prevenire tale rischio? E quali quelle di Chiara, la protagonista del libro?

E' vero, è una professione che espone a emozioni e sensazioni forti. Si lavora a contatto con sofferenze e situazioni difficili. Si vorrebbe trovare sempre le soluzioni per ognuno, mentre molto spesso si assiste alla cronicizzazione di problemi non risolvibili. Gli operatori sociali corrono anche l'alto rischio di abituarsi a ciò che vedono ogni giorno, di cadere in una sorta di assuefazione che, se da un lato forse li protegge, dall'altro rischia di renderli meno empatici.

Io ho sempre cercato di tenere ben distinta la mia vita professionale da quella personale, di lasciare problemi, pensieri, preoccupazioni, ansia di non riuscire a fare tutto ciò che devo e farlo nei tempi richiesti...dentro all'ufficio nel momento in cui timbro il cartellino ed esco; di non portarmi il lavoro a casa, né in termini pratici (relazioni da scrivere, telefonate da fare o da ricevere...) né, soprattutto, in termini emotivi. Non è facile, non sempre è possibile, ma è ciò che mi permette di staccare la mente, fare altro, riposarmi ed essere poi la mattina dopo carica di entusiasmo e di voglia di fare.

E il modo migliore, per me, di staccare ed evitare di pensare al lavoro, è quello di dedicarmi ai miei hobby preferiti: lettura, scrittura e cinema. A questi, negli ultimi tre anni si è aggiunta (prendendo ampiamente il primissimo posto nella mia vita) una bambina in affido che, a modo suo e inconsapevolmente, ha contribuito anche ad aiutarmi nel tenere la mente impegnata in altro.

Quali siano le strategie di Chiara invece non saprei esattamente, dovremmo chiedere a lei 😉

Effettivamente la vediamo in un momento della sua vita in cui professione e vita privata si intrecciano e fondono quasi completamente e quindi non intuiamo quali possano essere le sue strategie, ma sappiamo che ricorre spesso alla compagnia di un paio di amici, con i quali si confida e confronta. E questo penso le faccia molto bene!

  • Un mitico cacciatore, conosciuto da grandi e piccini, è presente nella favola di Cappuccetto Rosso, eroe che salva le due donne pericolo - una giovane e un'anziana. Il cacciatore di orchi come si presenta?

Il titolo del romanzo evoca le fiabe, in cui l'orco è il personaggio cattivo e negativo che minaccia il protagonista. Ne "Il cacciatore di orchi" i protagonisti sono due e le loro storie scorrono parallele fino a quando Matteo, il bambino che da grande vorrebbe diventare un cacciatore di orchi per poter fermare chi a lungo e nell'ombra gli ha fatto del male, non trova Chiara, che di mestiere aiuta proprio i bambini che vivono situazioni difficili e che ai suoi occhi di bambino è un cacciatore di orchi.

 

  • Lo stereotipo dell'assistente sociale "ladra di bambini" è ancora molto presente nell'immaginario collettivo, vista anch'essa come orco. Come si gioca questo doppio aspetto?

Dello stereotipo dell'assistente sociale ho parlato anche rispondendo alla prima domanda, ma concordo con te sul fatto che sia presente questa ambivalenza: professionista dell'aiuto che per proteggere e tutelare deve a volte compiere azioni che provocano sofferenza o comunque che non sono condivise. Agli occhi di tanti l'assistente sociale è un freddo burocrate che agisce senza una preparazione accademica e con superficialità, controllando e giudicando, entrando nelle famiglie come un virus e portando divisione e sofferenza. Certa stampa o la cosi detta tv del dolore enfatizzano certi episodi, penso in particolare agli allontanamenti di bambini dalle famiglie (che, fra parentesi, sono una piccola minoranza di tutti gli interventi che fa un assistente sociale), sbattendoci su giornali e servizi televisivi dai quali sembra sempre che si siano allontanati dei bambini senza che vi fossero dei gravissimi motivi per farlo, insinuando in tante altre famiglie la paura che possa capitare a chiunque e instillando sfiducia nel servizio sociale. A questi articoli e trasmissioni televisive è sempre molto difficile, quando non impossibile, rispondere perché per farlo si rischierebbe di far trapelare informazioni che con tutta probabilità sono oggetto di segreto istruttorio, oltre che si lederebbe il diritto di privacy dei diretti interessati. E' comunque comprensibile che, essendo tenuti a riferire all'autorità giudiziaria le situazioni di pregiudizio dei minori che seguiamo e ad eseguire le prescrizioni decretate dall'autorità, sia difficile e complicato, in queste situazioni, far percepire la funzione di aiuto e di sostegno tipica della nostra professione. Penso che in gran parte l'equilibrio possa essere determinato dalla trasparenza: agendo in modo trasparente, condividendo e, quando possibile, costruendo progetti di intervento insieme a tutti i protagonisti (bambini, genitori...) e non definendoli da soli in un ufficio e poi imponendoli loro come pacchetto preconfezionato, informando le persone di cosa si fa e perché lo si fa...ecco, lavorando in questo modo penso si possa attutire e a volte evitare la sensazione di tradimento nei casi in cui da "colui che aiuta" si debba diventare "colui che riferisce al giudice i fatti nostri".

 

  • Giocosamente, quali sono le doti di un cacciatore di orchi?

Le doti di un cacciatore di orchi penso debbano essere molteplici e...magari averle tutte! Ci vuole una buona dose di empatia, una moderata flessibilità e creatività (per esempio non sempre e soltanto colloqui dietro una scrivania, ma andare incontro alle persone, conoscerle anche al di fuori del servizio sociale, nei loro ambienti, nei loro contesti...), le necessarie competenze e conoscenze teoriche (ripetiamolo: l'assistente sociale non è una persona di buona volontà, un volontario...è una persona che ha studiato e conseguito un titolo accademico)

Un film e un libro che hanno "cura tra le righe" per Rosella Quattrocchi.

Ce ne sono parecchi. I primi che mi vengono in mente sono:                            

Libro: Venuto al mondo di Maragaret Mazzantini

Film: Lo spazio bianco, di Francesca Comencini con Margherita Buy.

 

Grazie mille Rossella, buon caccia agli orchi e buona scrittura!


Intervista di Cristina Cortesi cortesi@socialunit.it

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